Mio figlio ha fatto outing: come gestire l'identità sessuale in famiglia

Accettare l’omosessualità di un figlio o di una figlia è ancora una sfida da risolvere per molti genitori: da una parte c’è l’identità personale dei ragazzi e la voglia (e lo sforzo) di manifestarla in un luogo affettivamente sicuro come la famiglia, dall’altra ci possono essere paure, tabù, reticenze, pregiudizi, turbamenti di chi – spesso – non se l’aspetta.

 “In quest'ultimo periodo, sentendo un certo disagio a pronunciare la parola "accettare", mi sono soffermata a riflettere sul suo significato. Questa parola, largamente utilizzata in questo tipo di problematiche, rimanda a un rapporto subalterno in cui chi accetta è in una posizione di superiorità rispetto a chi viene accettato”. [1]

Maddalena Mosconi.

L’identità sessuale è qualcosa che parla di affettività, ovvero della maniera che ognuno di noi ha di legarsi ad altre persone e a se stesso.

L’identità sessuale è legata a convenzioni e aspettative: quando un bambino nasce maschio ci si aspetta che cresca e si leghi affettivamente a una donna. Quando nasce femmina ci si aspetta che si leghi a un uomo. È quello che ci si aspetta, per convenzione sociale, per abitudine, ma potrebbe non essere quello che accadrà.

Un figlio o una figlia che decidono di dichiarare in famiglia la propria identità affettiva “diversa” da quella che ci si aspetta, lo fanno compiendo una scelta precisa, manifestando fiducia nei confronti del proprio nucleo. È una tappa importante per un ragazzo o una ragazza gay: un gesto spesso necessario al benessere psicologico e sociale, un atto che permette loro di vivere (finalmente) allo scoperto almeno rispetto alle persone più care, la loro verità.

Questo determina una crisi, nel senso etimologico del termine: un momento, un punto preciso, dopo il quale nulla sarà più come prima.

 

Come affrontare il coming-out di un figlio

La risposta a questa questione non è semplice perché tocca corde molto profonde che riguardano la cultura, le credenze e la personalità di ognuno di noi. Per questo motivo, anziché fornire una guida, citeremo delle situazioni-tipo, descritte in studi e fonti autorevoli sull’argomento, che possono descrivere le innumerevoli situazioni che si possono creare in famiglia quando un ragazzo decide di fare outing.

Ci sono ragazzi che manifestano la loro diversità sin da piccolissimi.

Se inseriti in un contesto adeguato e culturalmente pronto, il coming-out in famiglia può avvenire senza traumi. Madri e padri attenti e consapevoli osservatori ricevono solo una conferma e una testimonianza della fiducia e dell’amore che il proprio figlio o figlia nutrono nei loro confronti attraverso la decisione – certamente non semplice – di mettere in chiaro la propria identità sessuale.

In altri casi, però, la sensazione che prevale quando un figlio (o una figlia) racconta ai genitori di essere attratto affettivamente da persone dello stesso sesso è di paura.[2]

Questo accade perché dal punto di vista del genitore si tratta, comprensibilmente, di una situazione diversa da quella prefigurata, di una questione nella maggior parte dei casi sconosciuta, di un mondo diverso con il quale – di colpo – ci si trova a convivere. A questa si unisce un timore legato alle opinioni altrui, alla reazione che tutto il mondo di relazioni e di socialità legato alla famiglia potrebbe avere. A queste paure si uniscono le apprensioni connesse con il futuro del proprio figlio/a.

Reazioni normali che intervengono ogni qualvolta ciò che davamo per scontato, per assodato, si manifesta diverso.

Dal punto di vista del ragazzo si tratta invece di una prova spesso ardua ma necessaria, nella maggior parte dei casi meditata per anni e affrontata alla fine con la consapevolezza che i genitori sono e resteranno tali, in qualunque situazione.

Partendo da queste situazioni, si inquadra un modo di fare outing verosimilmente comune un po’ a tutte le storie, così come ricorda una ricerca di Bertone e Franchi (The experiences of family members of gay and lesbian young people in Italy, 2008)[3].

  • Il coming out avviene generalmente fra i 18 e i 25 anni
  • Nel 64% dei casi il ragazzo si rivolge direttamente ai genitori affermando la propria omosessualità, in altri casi i genitori lo hanno scoperto da un’altra persona oppure in un altro modo (ad es. leggendo un diario personale)
  • Solitamente la madre è la figura centrale nelle storie raccontate dai ragazzi, infatti nella maggior parte dei casi è il primo membro della famiglia a (ri)conoscere l’affettività dei figli. Anche i fratelli giocano un ruolo molto importante: sono fra le prime 3 persone alle quali viene esplicitata la propria omosessualità.

Sempre la stessa ricerca fornisce un quadro delle reazioni che seguono il coming out del proprio figlio che può essere utile a comprendere come viene affrontata la questione (i punti che seguono sono stati liberamente tradotti, dal redattore, dalla ricerca citata):

  • I genitori che hanno raccontato le loro reazioni iniziali, hanno riferito di un miscuglio di emozioni contraddittorie. Sullo sfondo è sempre emerso – comunque – un riferimento forte al legame di famiglia inscindibile e basato su amore e solidarietà infrangibili. Questo viene confermato dalle frasi che più spesso i genitori hanno pronunciato al momento del coming out: “L'importante è che tu sia felice" (88%) e "Mi dispiace che non ero lì per te quando avevi bisogno di me" (69%)
  • La maggiorparte dei genitori ha raccontato nell’immediato, di aver provato imbrazzo, di aver pianto, di aver provato paura, di aver provato dolore. La metà delle madri ha dichiarato di essersi sentita fallita come genitore.
  • Il 54% dei padri e delle madri ha poi provato a mettere in discussione la dichiarazione del proprio figlio dicendo: “Sei ancora giovane, non puoi essere sicuro di essere omosessuale”, oppure “qualcuno ti ha portato fuori strada”.
  • Il 20% dei genitori si è dichiarato, invece, sollevato avendo finalmente compreso che la ragione dei disagi e dei silenzi non era qualcosa di grave (tipico il riferimento alla droga).
  • Poco frequenti, invece, reazioni di rigetto, rabbia o vergogna

È giusto chiedere un supporto psicologico?

Dopo il primo momento di incertezza, di impreparazione, di emozioni forti e altalenanti, a volte contrastanti, la “rivelazione” viene rielaborata e assunta dalla famiglia. In ogni caso molte famiglie hanno pensato potesse essere d’aiuto reciproco chiedere un supporto psicologico.

Secondo lo studio di Franchi e Bertone, sono spesso le famiglie con un livello di conoscenza dell’omosessualità più basso che chiedono l’aiuto di uno specialista, a volte anche di un medico. Tuttavia si legge come spesso, chi si rivolge a un esperto per avere una spiegazione sull’identità sessuale “diversa” del proprio figlio/a resta deluso: “Il terapeuta – si legge in un articolo [4] avendo una adeguata formazione rispetto agli effetti e alla fenomenologia dello stress da minoranza e/o dell’omofobia interiorizzata, esplorerà la richiesta del paziente cogliendo il tipo di disagio che esprime per poter individuare il sostegno specifico necessario, che spesso non è soltanto psicoterapeutico ma anche “di rete”.[...] Si spazia dalla terapia individuale, a quella di coppia e a quella di gruppo. Questo dipende ovviamente dal tipo di bisogno che la persona esprime e dal grado di consapevolezza e di accettazione raggiunto nel proprio percorso”.

Gli psicologi sono concordi nell'affermare che affrontare presto l'argomento con i bambini aiuta a prevenire l'omofobia. Nello stesso modo in cui si racconta che esistono specie diverse, religioni e etnie differenti, è giusto raccontare che esistono diversi modi di amare.

Mio figlio ha fatto outing: e adesso cosa succederà?

Meglio di tante parole, per rispondere al quesito, consigliamo la visione di questo video realizzato da Agedo (Associazione dei Genitori, parenti e amici di Omosessuali)

Consigli di lettura

Molto spesso la cultura familiare attorno al mondo LGBT deve essere costruita. Ecco un’utile bibliografia dalla quale partire:

  • Voglio fare coming out. Dialogare con un figlio gay (Mondadori Electa), di Dannielle Owens-Reid e Kristin Russo, prefazione di Francesca Vecchioni.
  • Mio figlio in rosa. “Ti senti maschio o femmina?” “Io mi sento io”, (ed. Manni) di Vivian Camilla.
  • Mamma, papà: devo dirvi una cosa. Come vivere serenamente l'omosessualità. Scritto da una madre e da suo figlio (ed. Sonda), di Giovanni e Paola Dall’Orto.
  • Torna: lettera di un padre al figlio omosessuale (Astro), di Stefano Antonini.
  • Tutte le famiglie felici (Il Saggiatore) di Carlos Fuentes.

Fonti per questo articolo

[1] https://www.huffingtonpost.it/maddalena-mosconi/disturbi-dellidentita-di-_b_2470592.html

[2] http://www.agedo.roma.it/guida-per-madri-e-padri-di-gay-e-lesbiche/

[3] http://www.digspes.unipmn.it/fileRepository/pubblicazioni/1389276919_97.pdf

[4] http://www.altrapsicologia.it/regioni/piemonte/glbt-e-psicologia-lintervento-psicoterapeutico-sul-disagio-legato-allidentita-di-genere-e-lorientamento-sessuale/

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